Omologazione del gusto secondo il Prof. Zironi

Pubblichiamo un estratto di articolo pubblicato nel Aprile 2007 su benvenutobrunello Blog-Notes.

Da quali analisi Zironi è arrivato a parlare, in un incontro accademico che intendeva sottolineare i guasti dell’omologazione del gusto nell’industria alimentare, capaci di creare in pochi anni una popolazione di obesi privi di capacità discriminante nella scelta di cibi e bevande?
“Una logica multinazionale - afferma l’accademico - ha come obbiettivo quello di vendere della grande quantità di prodotto; utilizza dunque messaggi sensoriali semplici, non potendosi permettere di riprodurre Montalcino in funzione del suo mercato, e così si crea una spirale perversa. Se tu vuoi ottenere messaggi sensoriali semplici devi affidarti a molecole ben definite e queste molecole, di solito grasse, devono essere veicolate nell’alimento in forma statica; dal punto di vista degli ingredienti alimentari, i grassi sono quelli che costano meno, quindi si ottiene il duplice vantaggio di riuscire a veicolare il messaggio sensoriale e di fidelizzazione prodotto, con ingredienti che ti costano molto poco.”
A supporto delle sue tesi il professor Zironi ha citato due esempi. Primo esempio: la ricotta: “nell’immaginario collettivo è un formaggio magro, in passato era il sottoprodotto della caseificazione, grassi 5% proteine 18%; prodotto magro e granuloso. La ricotta attuale invece è un formaggio con una forte linea produttiva, grassi 10% (il doppio), proteine 9% (la metà), prodotto grasso e spalmabile. Per il consumatore l’immagine è sempre quella di un prodotto magro. Si ottiene che: il grasso è meno caro, le proteine sono molto costose; vendi a prezzo più caro un prodotto ottenuto dalla lavorazione del sottoprodotto meno caro”.
Secondo esempio: lo yogurt: “prodotto in crisi (quello bianco); portando il contenuto del grasso naturale del latte, dal 3,5% al 5% ,si ottiene di vendere di più il prodotto, di fidelizzare il consumatore, di conquistare una fetta di mercato aggiungendo ad una materia prima che non si vendeva un sottoprodotto della lavorazione del latte, che nessuno vuole: i magazzini CEE sono infatti pieni di scorte di grassi, cioè di burro.”
E’ cosi’ che s’innesca il processo all’ingrasso del consumatore, processo che comunque comincia fin dalla culla.
“Ecco quindi che il meccanismo diventa perfetto se è collegato ad una fidelizzazione del bambino fin dalla culla” - prosegue Zironi. “Il bambino si educa con l’olfatto riconoscendo il latte materno; man mano che ci stacchiamo da questa situazione primordiale comincia l’educazione al non gusto. Dall’età scolare è una continua diseducazione sensoriale. Non si educano a come avvicinarsi al cibo e nemmeno ad apprezzare la diversità nei prodotti. Quando il bambino acquista capacità di coinvolgimento e diventa un potenziale consumatore avviene la cosa più sconvolgente: deve essere coinvolto con dei messaggi di fidelizzazione, ad esempio fast food, merendine con sorpresa (le ovette che propongono una collezione di gadgets attraenti per l’infanzia), con quale conseguenza? Abitudine a dieta ipercalorica con stimoli sensoriali molto forti, per cui si riconosce il fast food dall’odore che attrae dall’esterno e lo si associa con qualcosa che si deve assolutamente andare ad assumere”.
Come uscire da questo scenario insano ed agghiacciante?
“Con una attenta educazione al consumo - conclude Zironi - “mission” che può riguardare la IASA, un’educazione alla percezione sensoriale, riabituare i nostri gusti a valutare le differenze e quindi fare delle scelte consapevoli. Un’integrazione con culture alimentari diverse oppure un recupero di culture alimentari trascorse. Una maggiore conoscenza dei prodotti alimentari, cose che non devono essere delegate ancora una volta a delle organizzazioni speculative”.

curriculum Professor Roberto Zironi

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S.O.S. della FAO per la dieta mediterranea (Valentina fa il tuo dovere!)

un muro spinoso...

un muro spinoso...

 Popoli mediterranei rinnegano la loro dieta

Obesità in aumento nella regione

Roma, 29 luglio 2008 - Sostenuta dagli esperti perché oltre a far vivere a lungo mantiene snelli ed in buona salute, la dieta mediterranea vanta seguaci in tutto il mondo ma è sempre più ignorata dai popoli che l’hanno inventata.

Secondo l’economista senior della FAO Josef Schmidhuber, negli ultimi 45 anni la famosa dieta basata sul consumo di frutta fresca e verdura, “è stata a poco a poco abbandonata ed è oggi in uno stato moribondo” proprio nei paesi in cui ha avuto origine.

Con l’accresciuto benessere, le abitudini alimentari delle popolazione mediterranee - sia della sponda sud che della sponda nord del mare nostrum - una volta modello per il resto del mondo, si sono oggi notevolmente deteriorate. Queste le conclusioni di uno studio di Schmidhuber presentato recentemente ad un seminario organizzato dal California Mediterranean Consortium che raggruppa sette istituzioni accademiche americane ed europee.

Le popolazioni mediterranee hanno impiegato il maggiore benessere per aggiungere una gran quantità di calorie da prodotti animali e da grassi, ad una dieta tradizionalmente povera di proteine animali.

Ed il cibo che mangiano oggi è secondo Schmidhuber: “Troppo grasso, troppo salato e troppo dolce”.

Più calorie

In 40 anni, dal 1962 al 2002, in 15 paesi europei esaminati l’apporto calorico giornaliero è aumentato di circa il 20 per cento, passando da 2960 kcal a 3340 kcal. Ma in Grecia, Italia, Spagna, Portogallo, Cipro e Malta, che erano più poveri dei paesi del nord, l’apporto calorico giornaliero è aumentato del 30 per cento.

“Un maggiore apporto calorico ed un minore consumo energetico hanno fatto sì che all’interno dell’Unione Europea la Grecia sia oggi il paese con il più alto indice di massa corporea e la maggiore percentuale di persone soprappeso ed obese”, dice Schmidhuber.

Più di metà degli italiani, degli spagnoli e dei portoghesi sono in soprappeso. Allo stesso tempo vi è stato anche un “grande aumento” nell’apporto calorico generale e nel carico glicemico delle diete dei paesi del Medio Oriente e del Nord Africa.

Gran mangioni

Tutti i paesi dell’Unione Europea hanno ignorato le direttive dell’OMS e della FAO che raccomandano che i grassi non devono rappresentare più del 30 per cento dell’apporto energetico giornaliero totale. Ma la Spagna, la Grecia e l’Italia sono ben al di sopra di quel limite e sono diventati i più grandi consumatori di grasso dell’Unione Europea.

Il paese che ha registrato l’aumento più drammatico è stata la Spagna, dove i lipidi costituivano solo il 25 per cento della dieta 40 anni fa ed adesso rappresentano invece il 40 per cento.

Schmidhuber attribuisce il cambio delle abitudini alimentari non solo all’aumento dei redditi e della condizione economica ma anche a fattori come il diffondersi dei supermercati, il cambiamento dei sistemi di distribuzione, al fatto che le donne lavorano ed hanno meno tempo per cucinare, e che le famiglie mangiano fuori più frequentemente, e spesso in ristoranti fast-food. Allo stesso tempo il fabbisogno calorico è calato, la gente fa meno moto e si è passati ad uno stile di vita molto più sedentario.

È positivo comunque, fa notare Schmidhuber, che i popoli mediterranei continuano a consumare ancora frutta e verdura ed olio d’oliva.

Ma in generale hanno smesso di seguire la dieta ereditata dai loro antenati, quella dieta che molti paesi mediterranei vorrebbero fosse inclusa nella lista del patrimonio mondiale dell’umanità dell’UNESCO.

Contatto:
Christopher Matthews
Ufficio stampa FAO
christopher.matthews@fao.org
(+39) 06 570 53762

Editoriale di Sandro Santolin

 A chiusura della polemica innescata dal Dott. Badalotti tengo a precisare alcuni punti irrisolti degli attacchi ricevuti . E’ un atto dovuto e spero che questo faccia chiarezza ulteriore sulla trasparenza del nostro operato.
1)   Devo prima di tutto far notare che le citazioni accompagnanti la storia di Valentina sono tutte molto chiare, consultabili da chiunque e provenienti da fonti autorevoli (principalmente FAO).
2)   I promotori dell’associazione sono: Sandro Santolin Carpi Mo,  Massimo Randon Castelletto Borgo Mn,  Enrico Ferrari Ravarino Mo,   Andrea Vecchi Castelvetro Mo ,  Fabbri Albano Finale Emilia Mo .
3)   L’informazione che diamo (a quanto pare ce n’era proprio bisogno) non è miope anzi….
il miope vede bene solo da vicino ma la visione di Valentina va ben al di là del suo naso. Lei guarda avanti ed ha una prospettiva  globale dei problemi.
4)   Nella nostra comunicazione non c’è una parola sugli allevatori che incentivano consumi irresponsabili o chissà che, e neanche le vignette di Valentina offendono chicchessia.
5)   Il consumo di carne bovina citato dal Dott. Badalotti (50 gr al gg.), di cui non conosco le fonti ma che non metto in dubbio, va sommato a tutto il resto della carne consumata cioè :suina, avicola, pesce ( se allevato, anche questo mangia cereali ecc.ecc.). E proprio da questo dato vengono le preoccupazioni della FAO! Invito il Dott. Badalotti a dare un’occhiata a questo link: http://www.fao.org/newsroom/it/news/2008/1000871/index.html
Per non parlare della Cina che ha raddoppiato i suoi consumi procapite con tutti i problemi connessi a questo cambiamento.
 Certo non si può pensare che con le nuove ricchezze i cinesi o gli indiani vadano avanti con una ciotola di riso no? Almeno loro adottassero ,e noi non abbandonassimo, la nostra cara Dieta Mediterranea avremmo , noi ed i cinesi, e creeremmo ,al pianeta, meno problemi!
6)   La nostra associazione auspica una regolare rotazione  colturale con foraggi, leguminose (se non erro i foraggi  e gran parte delle leguminose sono alimenti zootecnici, vede Dott. Badalotti che siamo dalla sua parte?) e cereali (sopratutto per alimentazione umana e non monoculture es. granturco particolarmente assetate ed alla lunga insostenibili).
Questa è la ragione per la quale l’Italia sarà sempre importatrice di frumento!
7)   Voglio chiarire perché vorremmo che le Mucche servissero solo per produrre il latte .
Esistono animali molto più efficienti dei bovini per la produzione di carne es il maiale o il pollo (servono meno acqua e mangimi per unità di peso come abbiamo già evidenziato dal sig. Randon nel suo intervento precedente e nelle schede del nostro sito http://www.panedimmidipiu.org/episodio_7.htm ).
8)   L’esame di coscienza ce lo siamo già fatto .
Purtroppo gli allevatori, gli agricoltori,ed anche i panettieri sono messi in cattiva luce da altri soggetti che fanno i loro interessi …..Valentina ci aiuterà a capire chi fa veramente gli interessi della gente!

Contributo alla discussione di Gilberto Venturini - Slow Food Lombardia

Gazzetta di Mantova 10/10/08

COME CONQUISTARSI  PIU’ SOLIDARIETA’

Ho seguito con attenzione la polemica fra il Signor Randon e il direttore dell’Associazione Allevatori sulla sostenibilità dell’attività zootecnica.                                                                                        Mi ha fatto sorridere l’incredulità del direttore dell’Associazione circa il fatto che, come dice Randon per produrre un kg di carne si consumino 15000 litri di acqua: ”un vitellone beve una tale quantità d’acqua in tutta la sua vita, ma produce 400 kg di carne e non uno soltanto!”  Il dato è invece assolutamente esatto se il computo dell’acqua consumata tiene conto anche della coltivazione del foraggio, come ci ricorda quasi ogni estate la crisi idrica dei nostri fiumi, in parte prosciugati dall’irrigazione del mais e di altre colture cerealicole.

 Il fatto è che, se è vero che ogni attività umana non è sostenibile, è altrettanto vero che l’allevamento zootecnico intensivo è fra i meno sostenibili. Non si può negare che nella nostra provincia siamo a livelli di guardia. 

 E non si può giustificare, come fa il direttore della Ass. Allevatori, tale sovrapproduzione come scotto da pagare per avere un prodotto locale sicuro (nella filiera del latte è recente lo scandalo del formaggio avariato) o col bisogno di concime naturale per la rotazione agraria, pratica che i concimi chimici hanno purtroppo ormai quasi fatto scomparire. Se una cosa nella nostra provincia non manca sono le deiezioni animali: fra i 300mila bovini e il milione e 200mila suini, il problema semmai è quello di dove spargere tanti liquami senza inquinare falde e corsi d’acqua.

In questa fase l’attività zootecnica è assediata su vari fronti non solo per quanto riguarda la sostenibilità, ma anche e soprattutto sul fronte dei mercati. La sovrapproduzione di cui approfitta la grande distribuzione organizzata (se ne lamentava giustamente sulla Gazzetta qualche giorno fa la presidente della Confederazione Italiana Agricoltori   Poloni) ha determinato pesanti difficoltà alle aziende del settore molte delle quali sono fallite.

Mi permetto queste riflessioni dopo che anche domenica scorsa ho sentito parlare amministratori locali dell’allevamento suino con parole che sembravano descrivere il settore come il migliore dei mondi possibili. Noi crediamo che trattare queste questioni con un po’ di problematicità, rivolgendosi ai cittadini come a persone che sono sicuramente in grado di capire la complessità dei problemi, porti il vantaggio di promuovere insieme alla corretta informazione anche un atteggiamento di maggiore solidarietà verso un settore che sta vivendo una fase problematica.

Gilberto Venturini Presidente Slow Food Lombardia

Ulteriore contributo di Badalotti

Gazzetta di Mantova 10/10/2008

PANE E BOVINI LA DEMONIZZAZIONE DEGLI ALLEVAMENTI

La replica del signor Randon dell’associazione culturale pane dimmi di più, pubblicata mercoledì, ci impone una controreplica. Visitando il sito internet “pane dimmi di più” i cui promotori restano ignoti, restiamo colpiti dal fatto che anziché promuovere il pane e la dieta mediterranea, sono più orientati a demonizzare l’allevamento dei bovini tout court con citazioni assolutamente discutibili alla Rifkin, alle quali ormai siamo abituati. La dieta mediterranea peraltro fanno parte latte, formaggi, carni suine, bovine, avicole prodotte dagli allevatori, è ecosostenibile e salubre come si legge sul sito. Eppure veniamo accusati di incentivare il consumo irresponsabile di alcuni alimenti compresa la carne. Il consumo procapite di carne bovina in Europa è in costante decremento e non supera i 20 kg anno: poco più di 50 g di carne al giorno. Per non parlare del latte, il primo alimento a cui si accosta il bambino, ben prima del panino col salame raccomandato da Randon. Per produrre latte le vacche sono necessarie. A meno che non si ritenga più conveniente seguire l’esempio cinese, riportato dalle cronache di questi giorni e produrre latte sintetizzato dagli scarti dell’industria della plastica, a base non di caseina, ma di melanina .Una precisazione sull’utilizzo di acqua per la produzione di 1 kg di carne: Randon sostiene (citando la FAO ) che servano 15000 litri di acqua per produrre 1 kg di carne. Quindi in base a tali affermazioni un vitellone allevato fino a 13 mesi con una resa al macello di 400 kg dovrebbe bere 6 milioni di litri d’acqua durante la sua vita .Cioè 15380 litri d’acqua al giorno?Possibile? Da studi dell’Università Agraria di Piacenza risulta che un vitellone assume giornalmente in media 40 litri d’ acqua cioè 15000 litri necessari per produrre 400 kg di carne e non uno soltanto. Sulla denuncia relativa ai terreni distolti alla produzione per uso umano a vantaggio di quello animale vorrei sottolineare come Randon neghi persino il principio della rotazione agraria. La terra per mantenere il suo delicato equilibrio ha necessità di sostanza organica. Residui di origine animale e vegetale che entrano nel ciclo biologico e forniscono stabilità strutturale e fertilità al terreno. La coltivazione seriale dei cereali come auspicato dai promotori della sua tesi porterebbe in assenza di sostanza organica ottenuta dall’allevamento degli animali, ad un impoverimento drastico dei terreni. Ciò che millenni fa indusse le prime comunità umane al nomadismo una volta esaurito il terreno coltivato. Una bella visione futuristica! In Emilia uno studio dell’istituto sperimentale agronomico di Modena e del servizio geologico, sismico e dei suoli di Bologna ha messo in evidenza come in quelle zone dove vi era un aumento dei terreni coltivati a seminativo e dei terreni forestali a scapito delle terre coltivate a prato-pascolo (di norma destinato all’alimentazione animale), si fosse  verificata una diminuzione drastica della sostanza organica del suolo e una proporzionale emissione complessiva di anidride carbonica in atmosfera: un bel passo avanti verso la salvaguardia dell’ambiente! Randon , lei parla di alimenti, i cerali, che li allevamenti sottraggono alle popolazioni affamante. Purtroppo non ci risulta che i paesi eccedentari di derrate alimentari abbiano mai ridistribuito le risorse non utilizzate verso i popoli affamati. Al contrario, spesso abbiamo assistito ad esecrabili scene di distruzione dei prodotti eccedentari come i pomodori o le arance o la riconversione verso prodotti non alimentari. L’associazione mantovana allevatori e il nostro sistema nazionale non inviano una tonnellata di grano nei paesi in via di sviluppo. Servirebbe a poco. Piuttosto e fra i molti progetti L’AMA è concretamente impegnata a BanjaLuka  (Bosnia). Inviamo costantemente agronomi, veterinari, animali da allevare, che vivendo di foraggi poveri danno un sostentamento immediato e una speranza più lungimirante di sopravvivenza. Sugli eco-carburanti concordo con Randon. Anche noi soffriamo della sottrazione di alimenti che sarebbero destinati agli animali quali colza e soia, elementi necessari nella dieta dei bovini.

Isalberto Badalotti
Direttore Associazione Mantovana Allevatori